In queste ore si sta verificando il più importante viaggio di politica estera della presidenza Trump. La visita ufficiale ai massimi livelli del Presidente USA nella Repubblica Popolare di Cina rappresenta un traguardo di una quindicina di anni di diplomazia sotterranea e segna una pietra miliare nelle relazioni tra le due Super Potenze mondiali: quella declinante e quella emergente. La successiva visita ufficiale di Vladimir Putin a Pechino sancirà definitivamente quello che plausibilmente sarà l’assetto mondiale dal 2027 in poi. I teorici della guerra inevitabile tra USA e Cina stanno vivendo con senso di panico l’evolversi della situazione; sopratutto i reduci della guerra fredda forse stanno finalmente entrando nella consapevolezza che il loro necrofilo scenario è stato definitivamente archiviato. Le parole d’ordine anticomunismo e anticapitalismo sono entrate nell’olimpo dei luoghi comuni del passato; oggi le parole d’ordine sono coesistenza e sovranità. Purtroppo colei che ricopre il ruolo di presidente del consiglio italiano conosce solo la seconda, determinando da quattro anni un danno esiziale per gli italiani e le italiane. Tuttavia torniamo alla visita.

Ciò che emerge subito come espressione più alta della civilizzazione cinese è stata la modalità di accoglienza della delegazione USA (imbottita di 17 magnati industriali e finanziari targati united states of america): sontuosa (lavish) è stata definita dalla Reuters, agenzia di stampa anticinese da sempre.

Si deve osservare l’assenza di personaggi quali Ellison, Theil e Karp, fautori dello scontro frontale con la Cina ed ispiratori ombra del rapporto Rand del 2016 War with China. Thinking Through the Unthinkable, che ha marcato la politica estera ufficiale degli USA finora nei confronti della Cina. Su ciò bisogna essere chiari: la divisione giornalistica tra hawks and doves nella politica estera statunitense serve solo a nutrire la narrazione manichea dei buoni e cattivi, o meglio di coloro che vogliono cooperazione e coloro che vogliono confronto militare (i cosiddetti warmongers).

Nella teoria capitalista pura quella della scuola neoclassica austriaconordica (Menger, von Hayek, von Mises, Wicksell) la guerra è concepita come uno spreco di risorse, inefficiente e di scarsa utilità: il circuito “conflitto-distruzione-ricostruzione-nuovo equilibrio” è analiticamente verificato essere non paretiano e nemmeno subparetiano. Non si tratta di una dimostrazione matematica bensì del percorso analitico degli autori indicati. Per questa ragione una delle critiche più ficcanti dell’inizio secolo XX° al marxismo era che esso conteneva in sé come connaturato la guerra di classe, mentre il capitalismo presupponeva la cooperazione tra le classi sociali per la ricchezza delle nazioni. Lo scoppio della prima guerra mondiale mostrò il vero volto del capitalismo liberale: l’imperialismo e la frenetica ricerca di massimo profitto immediato, quella che si potrebbe definire cleptocrazia elitaria. Ellison, Theil e Karp sono il volto efficiente del capitalismo che cerca di lucrare sulle tensioni tra superpotenze per ottenere vantaggiosi appalti pubblici. Il capitalismo dei tre campioni dell’IT è quello che si sovvenziona tramite l’apparato statuale mungendo il bilancio federale come un vitello affamato. Il trio non sono malefici cavalieri dell’apocalisse che svolgono riti satanici; al più fruivano della vasta gamma di articoli di piace che Epstein metteva a disposizione ai suoi commensali, amici, compatrioti, clienti e compagni di preghiere o gioco. Non escludo che essi nell’animo siano sostanzialmente persone non conflittuali e propense alla convivialità. Il tema è il combinato disposto tra l’ideologia anticinese e la cleptocrazia maniacale. Essi ne soffrono, fortunatamente Trump soffre solo della seconda al pari dei 17 campioni del US business raffigurati.

I 17 sono da almeno 25 anni che fanno affari con la Cina Comunista scoprendola molto più business oriented di quanto lo sono India o Russia ma anche dello stesso Giappone. Essi inoltre non hanno mai visto in Taiwan un ostacolo o un baluardo della democrazia contro il totalitarismo post-Mao. Semmai un astuzia cinese per far coesistere comunque due sistemi di pensiero e di organizzazione sociale che difficilmente possono coesistere nello stesso territorio. La storia di Taiwan è trasparente e spiega come il Kuomitang da feroce anticomunista organizzazione si è trasformata nel XXI° secolo nel partito taiwanese a favore della coesistenza pacifica con la Cina continentale (ex-madrepatria). Taiwan nacque come compromesso taoista per far terminare la guerra civile e fu alimentata dagli USA in chiave anticinese durante la guerra di Corea e le guerre nel Sud-Est asiatico anticomuniste. Dopo la fine della guerra del Vietnam, Taiwan si trasformò progressivamente in un’area franca per lo sviluppo dell’industria elettronica e il capitalismo yankee più spregiudicato. All’alba del nuovo millennio Taiwan era una prospera area di sviluppo industriale avanzato a basso costo, ma l’entrata della Repubblica Popolare di Cina nel WTO cambiò il destino dell’isola di Formosa e dei suoi abitanti. La macchina produttiva cinese progressivamente ma inesorabilmente scalzò Taiwan dagli scranni della produzione di tecnologie avanzate: Apple oramai produce tutti i suoi gadget in Cina e analogamente fanno Qualcomm, Ndivia e Tesla. Pechino ha concesso a Taipei di essere ancora leader nei chips ma è una concessione a tempo perché l’avvento degli LLM stanno obbligando Pechino ad avere una propria produzione di chips e Lenovo oramai monta solo chips realizzati nella cina continentale.

Questo ha significato che la politica sino-americana esemplificata dalla Rand corporation ha il fiato corto. Potrebbe persino esaurirsi all’inizio della terza decade del secolo. Ciò non significa che la minaccia militare statunitense verrà meno per il comitato centrale del Partito Comunista Cinese, piuttosto che essa sarà sempre più considerata come un effetto collaterale del nuovo equilibrio mondiale che si sta costruendo in queste ore a Pechino. Unico reale ostacolo è il tentativo di utilizzare la fallimentare campagna USA-Israele contro l’Iran come nodo gordiano nei confronti della leadership cinese; un tentativo che però dovrebbe essere corroborato da un contemporaneo “incidente di Tonchino” per generare un processo contrario a quello generato dalla visita in corso. Uno scenario che prima di essere improbabile appare impraticabile in quanto non vi sono gli elementi per generarlo persino nelle vicinanze dello stretto di Hormuz. D’altro canto si è visto come i tentativi statunitensi (goffi o peggio grotteschi) di scatenare una guerra navale nell’oceano Indiano sono miseramente falliti, di fronte alla compostezza iraniana, alla indifferenza indiana e alla cautela cinese.

L’esito più verosimile della missione diplomatica USA in Cina è quello di accordi commerciali e cornice strategica per risolvere il nodo Iran e tutte le propaggini di esso a livello planetario. Quando Trump ha varcato la sala del comitato centrale del PCUS ogni tentativo di screditare la leadership cinese agli occhi del Presidente degli USA è stato sventato. Trump si inizia a fidare di Xi come si fida di Putin e a comprendere che il cinese insieme al russo sono politamente i suoi unici autentici partner. Essi andranno a sostituire gli europei, a partire da Giorgia Meloni sulla quale Trump attraverso Musk aveva fatto un investimento molto rilevante. La signora in nero, mentalmente e emotivamente underdog, non è stata in grado di corrispondere alle aspettative determinando una delusione cocente e fulminante nei suoi confronti.

Emerge quindi quello che personalmente avevo imparata nel 1991 lavorando a Campi Bisenzio per censire la reale popolazione cinese presente nel territorio e concentrata nell’enclave di San Donnino. La civiltà cinese ha costruito un proprio modello di civilizzazione, basato sulla coesistenza, il rispetto delle proprie origini di sangue e di terra, la ricerca di obiettivi comuni di reciproco vantaggio, la minimizzazione delle occasioni di conflitto e la riduzione a zero degli spazi di contrapposizione ideologica. Accogliere Trump come l’imperatore mondiale è stata la mossa più geniale di politica estera dall’inizio del decennio. La pandemia aveva in qualche maniera interrotto bruscamente la ricerca di soluzioni condivise tra Cina ed USA. Dal 15 maggio 2026 la ricerca si è rimessa in moto.

Una caratteristica, poco comprensibile a chi è zuppo di occidentalismo e razionalità prima di Godel, è che la verità nella pratica diplomatica cinese non è univoca nè biunivoca, ma dipende dal punto d’osservazione ossia è cangiante e al contempo definitiva nell’arco temporale considerata. Per questa ragione nessuna soluzione potrà mai essere trovata nell’arco di 48-72 ore; ciò che conta è la determinazione alla sua individuazione. Cina ed USA sono determinati a ridisegnare il potere planetario in una cornice di mutuo riconoscimento della propria sovranità che implica la concreta determinazione a cooperare ogni qualvolta le proprie sovranità ne traggono vantaggio, e di astenersi da una relazione quando essa potrebbe danneggiare una delle parti. Nel caso dell’Iran, la relazione può non essere vantaggiosa però la sovranità dell’Iran è pari a quella di Israele e di questo gli USA sono diventati consapevoli. Quindi il cambiamento di regime è stato archiviato come impraticabile e dannoso, mentre il controllo dello stretto di Hormuz è diventato il nodo gordiano della questione. Da un profilo cinese esso non può essere esclusività di un’unica sovranità statuale piuttosto appartenere ad un organismo sovranazionale. Dal profilo statunitense la questione non è ancora molto chiara, perché connetterla con il controllo del materiale fissile nucleare in possesso all’Iran non porta da alcuna parte. In questa chiave il viaggio di Putin potrebbe fornire una soluzione definitiva, qualora la Russia si faccia garante di tale materiale in chiave di solo sfruttamento per fini energetici.

Se questa visione prevarrà lo si capirà solo il giorno dopo della fine della visita di Putin a Pechino.

Nel frattempo su mandato sino-americano il Pakistan agirà perché da parte iraniana si accetti il presupposto che lo Stretto di Hormuz non è proprietà esclusiva iraniana e diventi una sorta di protettorato internazionale. La contropartita potrebbe essere l’ipotesi di pedaggio sotto forma di una tantum o di frazione del carico trasportato a favore del governo di Teheran.

La civilizzazione cinese risulterà alla pletora di analisti pro-establishment molto ostica e contraddittoria, quasi subdola o insidiosa. In realtà è la migliore espressione di una civiltà plurimillenaria ancora esistente l’unica delle grandi civiltà degli albori della storia documentata del genere umano ancora attiva e non seppellita da guerre, carestie o distruzioni ecosistemiche. Bisogna avere l’umiltà di studiarla ed apprezzarla.

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