Quando avevo tredici anni, un giorno entrai nella Libreria Feltrinelli di Piazza Esedra a Roma. Scorrendo tra i libri fui attratto dalla copertina scura della foto della galassia M104 nota anche come Galassia Sombrero. Il titolo è i primi tre minuti di Steven Weinberg, premio Nobel della Fisica nel 1979, recentemente scomparso. Avevo appena ricevuto da mia madre la paghetta mensile e quindi decisi di acquistarlo perché il sottotitolo era estremamente accattivante per me: L’Affascinante Storia dell’Origine dell’Universo. All’epoca era studente della terza media (oggi secondaria di primo grado) dell’Istituto Sacro Cuore dell’Addolorata dei Salesiani a via Marsala 42 ed ero catechista alla parrocchia dei Sette Santi Fondatori di piazza Sassari a Roma nel quartiere Italia dove vivevo. Il mio incarico pastorale era accompagnare alla comunione i bambini e le bambine che frequentavano l’oratorio della parrocchia ed ero sempre più pieno di dubbi sulla mia fede cattolica a causa della mia fame di sapere e mi ero messo a leggere di tutto e di più sulle origini dell’Universo e della vita sulla Terra. Tempestavo di domande il mio tutore spirituale e i miei professori di Scienze e Lettere, che erano sacerdoti. Le risposte secondo loro stavano nello studio di teologia e mi diedero da leggere i Pensieri di Blaise Pascal e le confessioni di Sant’Agostino insieme alla vita di Domenico Savio, un allievo di Don Bosco morto a 14 anni di tubercolosi. Quel libro lo trovai estremamente disgustoso in quanto sembra una esaltazione della malattia mortale e quindi un vero proprio vademecum necrofilo. Per cui il libro di Weinberg appena acquistato mi risultò l’antidoto a quella orrenda lettura.

Il libro mi affascinò al punto che mi segnai con la matita tutti i passaggi che mi sembravano sconfessare la Genesi e la narrazione cattolica della Creazione dell’Universo. Esito di questa operazione di studio e lettura critica fu che tre mesi dopo lasciai il mio incarico di catechista dopo aver superato con il massimo dei voti gli esami da catechista. Nel frattempo costrinsi mia madre a non iscrivermi più al ginnasio presente nell’Istituto Sacro Cuore e smisi di frequentare la chiesa e di pregare. Chiunque mi chiedeva spiegazioni rispondevo che ero diventato ateo e snocciolavo le motivazioni basate all’85% sul testo di Weinberg e per il restante 15% sulla dottrina morale della Chiesa dell’epoca sulle pratiche erotiche e di autoerotismo. Questo libro ha segnato anche la mia vita dal profilo politico, intellettuale e lavorativo perché mi ha spinto a ritenere il metodo scientifico l’unico metro di valutazione delle cose che meritasse rispetto al punto di assumere una propensione fideistica nei suoi confronti. Inoltre l’importanza dei dati e delle statistiche iniziò a insinuare in me la consapevolezza che qualsiasi lavoro avessi fatto da grande dovevo sapere usare i dati al meglio delle conoscenze esistenti sul tema.
Non avevo ancora consapevolezza che lo statistico fosse un lavoro remunerato; infatti questa consapevolezza maturò in me solo nel settembre 1983 prima di iscrivermi al corso di laurea in Scienze Statistiche ed Economiche, in quanto la mia prima scelta filosofia fu osteggiata da mia madre su suggerimento di sua sorella per ragioni di opportunità di lavoro: una laurea in filosofia all’epoca forniva un ventaglio ridotto di sbocchi occupazionali, al contrario statistica economica era tra gli indirizzi di laurea più gettonati dal mercato del lavoro dell’epoca. A ciò si aggiungeva il dettaglio che il mio più caro amico dell’epoca avesse fatto quella scelta. Questo personaggio si rivelò nel corso degli anni universitari tutto fuorché un amico tanto che nel dicembre del 1989 troncai bruscamente ogni rapporto dopo l’ennesimo episodio di invidia e gelosia nei miei confronti e rispetto alle mie scelte quotidiane di vita. Weinberg ha contato moltissimo nella mia vita più di ogni altro amico della mia adolescenza e prima gioventù. Fu Borges a sostituirsi a Weinberg per importanza, ma di questo ne parlerò in altre occasioni.
Weinberg ottuagenario, dialogando con Sabine Hossenfelder affermava: “E può anche darsi che esista un numero illimitato di Big Bang, e i valori delle costanti di natura sono semplicemente quelli che il caso ha voluto che fossero nell’universo che abitiamo. Si tratta di speculazioni ardite. non sappiamo se vi sia qualcosa di vero. Ma certamente è una possibilità dal punto di vista logico. Ed esistono teorie fisiche in cui è proprio così.1” Ci ritroviamo quindi nella solita sfera della speculazione e del tutto è possibile, che per uno statistico come me vuol dire non sappiamo un emerita ceppa di nulla e quindi brancoliamo nel buio. Infatti, la probabilità è la forma più elegante per dire non sappiamo nulla di ciò che accade ma proviamo a dire qualcosa di sensato sul tema. Per cui a 61 scopro che la scommessa di Pascal ritorna ad essere l’unico ragionamento dotato di empatia condivisibile sull’esistenza di Dio.

Tuttavia vi è un presupposto che viene volutamente ignorato: perché Dio è buono nell’aver creato l’Universo e quindi l’essere umano? C’è della incredibile autorefenzialità nell’affermare che la creazione sia un atto buono o addirittura d’amore. Secondo me se la creazione esiste è semplicemente un atto, un accadimento e come tale deve essere trattato. La sua valutazione deriva unicamente dal sistema di misurazione che si adotta in relazione alla propria esistenza. Se esistere è considerato stato sublime chi o cosa l’abbia permesso è da ritenersi buono; se invece si possiede una visione pessimista dell’esistenza la valutazione propende per il malvagio o il cattivo. Però Pascal non riesce a suscitare suggestioni fantasiose, paradossali fantastiche come le speculazioni di Weinberg, a mio parere comparabili con quelle della Guida galattica per gli autostoppisti.
In definitiva Wienberg mi suggerisce che la notizia sulla dichiarazione di Xi sulla trappola di Tucidide debba essere letta attraverso la visione del reportage della visita di Trump sulla base delle fotografie pubblicate da Xinhua. Di seguito vi invito a guardarle con attenzione

























Personalmente ritengo che Xi abbia voluto rimarcare che la logica occidentale e le teorie politiche dominanti negli USA (ma anche in Europa e in generale nell’Occidente) siano veramente limitative e non colgano la vastità delle possibilità della realtà. Ecco perché Weinberg diventa improvvisamente più utile per capire la politica estera e le relazioni internazionali dei manuali occidentali basati sulle logiche assimilabili a quelle di Pascal basate sulla scommessa. Xi non fa scommesse ma prospetta diversi scenari mettendo in luce l’inutilità di una soluzione tipo Trappola di Tucidide, perché la logica non è dicotomica, ma plurale se si vuole comprendere veramente il linguaggio della realtà.
Quello che invece vedo prevalere in diversi siti di informazioni non mainstream è che l’incontro non può che fallire data la posizione USA. Ecco questo è l’esempio di ostinazione ideologica in quanto si vuole sempre sostenere che il sistema di potere statunitense non possa mai flettere verso forme di coesistenza pacifica o collaborazione cooperativa: è la visione manichea della realtà, propria dell’occidentalismo più radicale, quello che pretendeva di insegnare agli schiavi e agli oppressi come si deve fare la rivoluzione ben immortalato da due film di Gillo Pontecorvo Queimada o di Damiano Damiani Quién sabe? molto osteggiati proprio dalla critica di sinistra perché raffiguravano profeticamente le ragioni del fallimento delle strategie politiche dei partiti filocomunisti occidentali. Il viaggio di Trump non poteva generare risultati concreti e ogni sussulto affaristico dei giorni del viaggio e successivi è totalmente indipendente dal suo esito. Rileggere Weinberg aiuta a capire come le dinamiche fisiche derivano da eventi casuali determinate da combinazioni impossibili da conoscere prima della causa primigenia, l’esplosione. In questa similitudine il viaggio è l’esplosione e l’esito del viaggio rappresenta l’insieme delle dinamiche fisiche generate dal viaggio. Più passa il tempo dalla fine del viaggio, più le dinamiche generate propagano il loro effetto in una sorta di “effetto domino”, nel senso che la successione degli eventi a contare e non la speficità di ciascun evento. Per questo, pur essendo frustrante affermarlo, tutto è possibile, anche una guerra USA-Cina. Ciò che però deve essere tenuto in conto è che la cultura cinese risulta incompatibile con quest’ultima tragica conclusione e quindi condiziona la sua possibilità d’accadimento. Per questa ragione posizioni asservative pro o contro tale ipotesi appaiono fortemente pascaliane ma inconsistenti rispetto alla realtà fisica.
La postura dei mass-media occidentali al 19 maggio 2026 risulta ancora oscillante tra il praticare l’aderenza al contesto e la necessità di proseguire o implementare la narrazione adottata: se l’organo di comunicazione ha scelto la strada bellavista continua a invocare nuovi terrificanti attacchi; se invece ha optato per una comunicazione giustificante l’aggressione all’Iran si inerpica in analisi ottusamente complesse per mostrare effetti collaterali positivi; se per strana sorte avesse abbracciato l’opzione di raccontare i fatti sottolinea l’assenza di una strategia anche minima da parte degli aggressori, svanita l’effetto favorevole della eliminazione fisica del capo di stato non gradita.
La realtà interpretata in modalità weinbergheriana è profondamente diversa.
La nuova leadership venezuelana si sta accreditando a livello interno ed esterno molto inclusiva e dialogante senza però recedere a nessuno dei principi della repubblica boliveriana inaugurata da Chavez; per cui ora gli USA dovranno saper gestire la patata bollente di un processo pubblico ove Maduro e consorte non hanno nulla da perdere.
La realtà sul campo nel golfo di Hormuz è molto più complessa e difficilmente gestibile senza il diretto coinvolgimento di truppe da terra; sostanzialmente ci si trova di fronte ad impasse nel quale uno dei due aggressori si è defilato, ed è proprio quello che avrebbe potuto fare intervenire truppe sul terreno. Ciò ha lasciato gli USA incapace di dotarsi di una deterrenza credibile sul terreno con il contendente.
La leadership iraniana ha ricompattato il proprio popolo intorno alla difesa del sacro suolo e tutte le forme di dissenso od ostilità al sanguinario regime sono state sostanzialmente azzerate o rese inerti o imbelli. Si può ipotizzare persino che la tragica fine di Khamenei sia stata pianificata da tempo in quanto il suo supremo sacrificio (martirio) era la machiavellica mossa per depotenziare la superiorità bellica degli aggressori. In pratica oggi il regime islamico degli ayatollah è molto più forte di un anno fa.
Riconoscere la realtà secondo la lezione di Weinberg implica il superamento di ogni schema ideologico non basato sulle relazioni dinamiche tra cose, persone e decisioni. Dubito che i mass-media occidentali rinuncino al danaro che ricevono per ignorare la lezione di Weinberg. La loro sopravvivenza dipende dal doppio legame con l’establishment.
pag 126 di Sedotti dalla matematica

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