A Todi a piazza Garibaldi all’interno del palazzo identificato dal numero 7 al piano terra, entrando nel portone a destra troverete la Galleria Giampaolo Abbondio. Dal 4 aprile al 14 giugno a cura di Giusy Caroppo potrete ammirare le opere di un artista russo Andrei Molodkin raggruppate in un progetto chiamato FIRE: https://www.giampaoloabbondio.com/andrei-molodkin/
Per prima cosa vi consiglio di scaricarvi il curriculum vitae di Molodkin al seguente link: https://www.giampaoloabbondio.com/wp-content/uploads/2020/01/Bio-Andrei-Molodkin-2019.pdf
Per seconda cosa, entrate nella mostra ignorando di cosa si tratta: quindi evitate di leggere anticipatamente questo post perché spoilerò fino al midollo questa mostra, perché mi ha toccato dentro.
Be careful!!! SPOILER
Quando sono entrato sono rimasto sorpreso perché le immagini che vedevo mi sembravano quantomeno bizzarre


vedete voi stessi che trattasi di foto rese speciali dal trattato della penna a sfera o disegni con la biro resi speciali dall’adozione della tecnica fotografica. La cultura bimillenaria russa emerge in ogni singolo tratto di penna: la curatrice è fuorviante parlare di Burckhardt. Infatti, era un conservatore con tendenze luddiste che certamente non vedeva nella fotografia la prima forma di transumanesimo artistico, in quanto la tecnologia francese resa celebre dal dagherrotipo di Louis Daguerre il 9 luglio 1839 rivoluzionò l’occhio umano trasformandolo in una micidiale macchina da propaganda come insegna l’intera scuola sovietica di fotografia rappresentata da Alexander Rodchenko (https://www.ciaoitaliarussia.it/alexander-rodchenko-revolution-in-photograph/). Sarebbe stato opportuno invece accostare la critica estetica di Georgij Valentinovic Plechanov, ma essendo marxista di vocazione non è contemplabile da colei che cerca il patrocinio del comune di Todi, notoriamente antimarxista per partito preso a prescindere dalle amministrazioni e dal loro colore politico. Molodkin esprime la sua satira feroce e spietata della strage degli innocenti a Gaza attraverso raffigurazioni di coloro che si sono resi responsabili diretti della strage. Però l’ambiguità delle immagini è assoluta in quanto sembra che essi siano intervenuti per fermare la strage e non causarla date le espressioni serene quasi rassicuranti, mentre l’anonime siloutte delle vittime e delle donne profanamente madonne con bambinelli inerti tra le braccia non aiutano a sciogliere l’enigma.



Quei soldati inframezzati da soldatesse virilmente in posa come figurine dell’United Monocolor of beautiful army non erano i custodi dei superstiti ma gli artefici della carnaio che si estende di fronto ai loro stivali da combattimento.
Molodkin strizza l’occhio a Gogol e evoca le elegie di Turgenev dell’antro selvaggio della foresta di cemento addomesticato dalla precisione computazionale delle bombe degli aviogetti con blasfeme stelle di Davide incise. I loro sguardi soddisfatti come dopo un lauto banchetto kosher per festeggiare i prodomi della Grande Israele tra i due fiumi delle primarie civiltà umane il Nilo e l’Eufrate evocata da Benjamin Netanyahu, fin dagli albori della sua carriera politica nel 1984 come Rappresentante Permanente di Israele alle Nazioni Unite dal primo ministro Yitzhak Shamir, incarico che mantenne sino al 1988.
La gentile signorina che accoglie i visitatori alla galleria mi ha aperto gli occhi e con raccapriccio ho capito che essi erano i volontari carnefici dell’IDF che liberavano la terra santa dagli animali arabi latranti e puzzolenti.


Nuovamente la curatrice parla di “interiorizzazione della dimensione politica della propria poetica dell’attacco”. Mai parole mi risultano così distorcenti la mia visione della realtà: è tutto esteriore quello che sento e percepisco tutto estremamente, autenticamente esternalizzato e vissuto sulla pelle e sui propri sensi. Percepisco l’odore acre e dolciastro delle carni martorizzate dalla ferocia dei mezzi di distruzione di massa e dalla perfidia degli aguzzini travestiti da nobili guerrieri dell’etnia benedetta da Elohim. Eppure i miei occhi non mi ingannano: quelli sono volti di arabi non di ebrei e sono arabe le loro bellezze e gli sguardi dolci e sensuali, sono arabe le grazie delle femmine soldato; sono arabi i sorrisi e gli ammiccamenti degli uomini che ammirano la loro opera demoniaca di annientamento.
Uccidono 100k con l’ottica di educarne 6000k, ma ignorano che saranno quei 6000k a divenire 12000k nel giro di quattro generazioni facendo divenire reliquia del passato l’ebreo camuso e poco grazioso.
Israele nel 2050 sarà un feticcio arabo palestinese nel quale la minoranza ebrea diventerà la gente del Libro, mentre le figure stilizzate di Mōsheh e Mohamed si abbracciano davanti alla nuova Gerusalemme, dove la mezzaluna aggancia due stelle di Davide una bianca ed una celeste.
ps: 100k vuol dire 100*1000 in quanto k è il simbolo aritmetico del prodotto del numero a sinistra per il fattore 1000

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