
L’esito delle elezioni ungheresi è paradigmatico della situazione della democrazia liberal-finanziaria attualmente in vigore. Gli ungheresi come popolo hanno dovuto scegliere tra la libertà finanziaria e il vassallaggio finanziario. Inutile piangere sul risultato: era inevitabile che dopo l’ennesimo schiaffo della Commissione Europea durante la presidenza semestrale di Orban non sarebbe mai potuto verificarsi l’ennesima vittoria elettorale di Viktor Orbán Egli era l’ultimo dei politici dell’Europa dell’Est formatosi durante la transizione liberal-democratica dovuta alla fine dell’Unione Sovietica. Egli rappresentava la normale evoluzione del nazionalismo di Nagy per cui il legame con Mosca diventava strumentale alla dittatura finanziaria di Bruxelles instauratasi il 26 luglio 2012, dopo la crisi finanziaria del debito sovrano greco con il celeberrimo ammonimento di Draghi “Whatever it takes“. Purtroppo per Orbán la guerra nel Donbass non si è risolta durante il semestre ungherese di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea: Zelensky (leggi Ursula Von der Leyen) non lo avrebbe mai permesso.
La democrazia liberl-finanziaria ha trionfato e l’omologa della signora Giorgia Meloni diventerà colui che restituisce un poco di danaro ungherese esborsato negli ultimi ventanni a favore delle casse comunitarie. Riuscirà a risollevare le sorti dell’asfittica economia ungherese? Perché ciò avvenga sarebbe indispensabile la fine delle ostilità nel Donbass, ma al momento Putin sta valutando come monetizzare ulteriormente il suicidio statunitense nella penisola arabica e quindi solo la totale capitolazione dell’Ucraina potrebbe mettere la parola fine alla carneficina in atto.
Plauso all’intelligenza politica di Orbán che manda avanti il suo ex-pupillo, Péter Magyar, e si attrezza nel frattempo a governare nell’ombra secondo la migliore tradizione sovietica. A breve ne vedremo le reali capacità di recuperare il danaro ungherese in deposito a Bruxelles.

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