Passeggiando dentro le proprie emozioni: da Schifano a Bucca

I prodomi

AS08-13-2232” di Apollo Image Gallery/ pdm 1.0

Molti mi hanno chiesto come mai la mia gmail si chiami roccoletto. Fu una mia ex veronese, dipendente comunale all’ufficio stranieri del Comune che mi suggerì di aprire con quel nickname la casella di posta elettronica nel maggio 2008. All’epoca dopo aver chiuso la partita iva, lavorato come portiere di notte in un alberto sul Garda e lavorato nell’Ente Governativo di navigazione del lago di Garda come controllore stagionale tempi-attività del personale del cantiere a Peschiera del Garda ero partito per la Mauritania come delegato internazionale della Croce Rossa Italiana in sostituzione della defunta Feliciangeli, storica crocerossina che aprì la delegazione nel lontano 1989 e la diresse fino alla sua morte per tumore nel gennaio 2008. In Italia mi dilettavo a seguire la fotografia contemporanea e le mostre d’arte tra Milano dove avevo vissuto fino al luglio 2005 e Verona dove risiedevo a casa della mia ex quando partii come delegato. La mia passione per l’arte e per la fotografia si manifestò appena mi ambientai a Nouakchott. Da allora la mia tendenza a visitare anche solo per pochi attimi una mostra fotografica mi ha accompagnato anche nei tempi più oscuri dal 2008 in poi: perdita di lavoro, morte dolorosa di mia madre, ritorno obbligato in Italia, malattia di mia moglie, crisi finanziaria.

Ma la determinazione più rilevante che riguarda il nickname della mia gmail è che ho destato tenerezza nella maggioranza delle donne che hanno attraversato la mia vita sentimentale e sessuale: sto parlando di un centinaio di donne prima della mia attuale moglie. Di queste solo 6 hanno definitivamente evitato ogni tenerezza nei miei confronti, plausibilmente per assenza di tale emozione all’interno del loro animo. Questa tenerezza ha origine nella mia vicenda familiare sulla quale tornerò in più occasioni: in estrema sintesi sono cresciuto con mia madre a casa dei miei nonni materni e porto il cognome della mia madre perché mio padre per una serie di circostanze non mi ha riconosciuto. Era il 1964 quando nacqui, l’anno in cui nelle sale cinematografiche faceva incassi record il film Sedotta e Abbandonata, secondo capitolo germiniano della triologia sulla società italiana attraverso la quale il regista genovese, Pietro Germi, divenne indiscutibilmente uno dei massimi interpreti della commedia cinematografica mondiale. Non sarei che potuto essere un tenero fanciullo che vive con candida trasparenza le proprie emozioni e pulsioni verso la vita e il resto dell’umanità. L’alternativa era diventare un anaffettivo disadattato sociale con nevrosi e psicosi a gogo. Quindi roccoletto era il mio nickname possibile. Anche mia moglie mauritana pulaar esprime sovente la sua tenerezza ed usa roccoletto nell’intimità.

Eppure è esistita in me un’ anima oscura, la cui origine mi è nota da quando sono diventato consapevole della presenza della sessualità nella radice di ogni specie vivente. Il giorno che spiegherò questa origine in questo blog sarà probabilmente poco prima della mia morte biologica; al momento chi legge si deve accontentare di sapere che l’origine è il tabù del celeberrimo libro di Sigmund Freud Totem e tabù. Nulla più posso scrivere sull’argomento.

Suicidi non richiesti

Nella mia vita ho incontrato per sette volte il suicidio di chi mi era molto caro: due amici, tre cantanti, uno scrittore, una donna che ho amato per un giorno. Tutti accomunati dalla circostanza che io non avrei mai immaginato che si suicidassero perché fino a prova contraria ritengo il suicidio un atto estremo di egocentrismo ed egoismo. Confesso che nel 1998 ci pensai seriamente, ma mi resi conto subito che morire e suicidarsi sono concetti ortogonali tra di loro; in sostanza non esiste alcuna relazione tra la morte e il suicidio. Mi spiego il suicidio è la negazione della propria esistenza, mentre la morte è l’atto finale del processo vivente. Uccidersi significa negare la possibilità di morire non di vivere. Se tutti e tutte ragionassero in questa maniera probabilmente pochissimi esemplari della nostra specie darebbero seguito all’atto di uccidersi. Tuttavia Pinco, Pallo, Pallina Ian Curtis, Kurt Cobain, Jim Morisson e Primo Levi si sono suicidati in forme e modalità diverse anche se i primi tre condividevano la mia visione del suicidio e gli altri quattro avrebbero potuto avere almeno n+1 ragione per evitare di uccidersi. Quindi la mia coscienza fu marcata a fuoco e fiamme da queste morti, di cui l’ultima risale al febbraio 2015, in un momento in cui ero ad Haiti come delegato internazionale della Croce Rossa. Ricordo che ero nel reparto vini di un supermercato a Port-au-Prince, quando la mia ex-moglie mi chiamò sul cellulare per comunicarmi che il nostro comune amico francese Pallo si era impiccato nella sua abitazione.

Queste sette tappe di dolore estremo insensato e inspiegato hanno determinato che quando seppi della morte di Mario Schifano, che avevo conosciuto 6 anni prima, ebbi la forte sensazione che fosse l’effetto di una volontà suicida: “Il 26 gennaio 1998 muore a 63 anni, mentre si trovava nel centro di rianimazione dell’ospedale Santo Spirito di Roma, a causa di un infarto il pittore e regista Mario Schifano, uno dei maggiori rappresentanti, con Franco Angeli e Tano Festa, della Pop Art italiana e europea”. Lo dico perché sapevo della sua insofferenza politico-sociale e della sua incapacità ad accettare una realtà così difforme dal suo essere il più grande talento artistico dopo De Chirico. Era un maoista praticante e un ateo impertinente, tuttavia solo la miseria della sinistra post-comunista poteva turbarlo al punto di cedere fisicamente alla negazione della sua fisicità e portarsi sull’orlo di un decesso cardiaco. Lui era un genio e come tale era maledetto da tutti coloro che non accettano di essere normali, ossia la stragrande maggioranza degli intellettuali ed artisti che hanno attraversato la vita di Mario Schifano. Da Mario Schifano parte questa passeggiata dentro le mie emozioni.

Una mostra indimenticabile

La sorte della mia vita professionale ha voluto portarmi a collaborare con l’ufficio regionale di statistica diretto dalla nipote di primo grado di Mario Schifano. Per cui quando ho visto che a Roma è in corso al Palazzo delle Esposizioni una mostra dedicata ho chiesto a lei la sua valutazione sulla mostra. Il suo giudizio sostanzialmente positivo mi ha spinto alla visita con mia figlia il 14 aprile alle 17.

Una mostra assolutamente imperdibile perché attraverso di essa per chiunque è possibile entrare nell’universo creato da Schifano senza alcun giudizio estetico, morale o politico. Nelle sette sale è possibile scoprire come Schifano era e come è stato nel corso della sua esistenza. Le opere presenti sono quelle che potevano essere selezionate, tenendo conto che Schifano ha inventato secondo me il “capolavoro continuativo”, ossia ogni sua rappresentazione artistica può essere considerata un capolavoro. Niente è banale, niente è scontato nella sua opera: la sua vita è un processo creativo continuativo interrotto solo dal ricovero in rianimazione. Nessun attimo della sua vita può essere scisso dalla sua opera e dalla sua creazione artistica. Schifano non smetteva mai di creare capolavori nella sua fase cosciente e la mostra lo testimonia a pieno.

Ogni immagine ci porta la dove l’arte ha inizio e dove può trovare la sua fine: la psiche dell’artista è il luogo virtuale dove l’opera prende forma e diventa materia vivente. Nessuna opera d’arte termina con la specifica fisicità e delimitazione spaziotemporale. Quando ognuno di noi passa davanti ad un opera di Schifano essa riprende la sua vitalità interrotta nell’istante che l’artista romano l’aveva archiviata. Ogni opera anche la foto polaroid scattata compulsivamente come oggetto di consumo visivo rivive nell’attimo in cui si imprime nel cristallino del visitatore e per pochi istanti diventa nuovamente materia vivente di Mario Schifano.

Non sono un critico d’arte ma sono uno dei tanti che ha conosciuto Schifano e ha potuto godere e nutrirsi della sua assoluta genialità. Quando ho passeggiato per le sale ho rivissuto tutti gli innumerevoli istanti trascorsi insieme parlando, discutendo, urlando, cantando, sorseggiando, ridendo e fumando (all’epoca ero un discreto fumatore di tabacco e affini). Ed ora non posso fare altro che registrare quel dono meraviglioso che Mario Schifano mi fece nel permettermi di con-vivere per lunghe ore insieme in giornate uggiose, piovose, nuvolose, ventose, soleggiate, afose e fredde. Tutto è costudito nel mio animo e nella mia memoria più preziosa e importante. Grazie Mario Schifano, spero di rivederti presto in altre sale ancora più importanti e ricche della tua genialità.

Via di mezzo senza sbocco

Il 15 aprile decido dopo la visita alla mostra di Schifano di dedicare un ora del mattino e un ora del pomeriggio alla visita delle diverse esposizioni presenti a Todi. La prima considerazione che mi attanaglia è capire cosa sia la singolare struttura bianca ai piedi della scalinata che conduce all’interno del Palazzo Comunale. Una forma animalesca che vuole richiamare a specie viventi estinte che nel passato preumano hanno dominato i territori emersi. Sorge in me il pensiero di essere di fronte ad un individuo che tenta di sorprendere lo spettatore con sincretistmi anatomico-morfologici dal dubbio valore intrinseco. Appena entro nella sala delle pietre la mia sensazione diventa realtà fattuale: c’è la riproposizione di un Arcimboldo versione naturalista alla Darwin. Le immagini parlano da sole

I disegni della Pixar sembrano ispirati dalle rappresentazioni davanti ai miei occhi oppure sono stati l’ispirazione per l’artista? Non c’è modo di sciogliere l’enigma ma rimane intatta la sensazione di trovarmi davanti ad una fantasmagorica rappresentazione di un’altra storia evolutiva caratterizzata dall’impossibilità della caratterizzazione terrestre, aerea o acquatica di ogni creatura. Sono esseri impossibili perché sembrano in grado di vivere in qualsiasi ambiente e quindi morfologicamente neutri rispetto all’ambiente, postulato antinomico di qualsiasi teoria evolutiva.

Un esercizio di stile che vuole sfidare la scienza naturale sul terreno di cosa sia possibile o meno nella vita animale e vegetale. Una simile specificità non è una fase di un percorso artistico, ma la cifra caratteristica di Dario Ghibaudo che sostanzia tutta la sua creatività nel Museo di storia innaturale fin dal 1990. L’artista cuneense nasce, cresce, evolve e si esaurisce nelle strane mutazioni animalesche che sono presenti nella sala. Ciò che mi irrita è che Ghibaudo sembra ossessionato dal vestire di una pseudoverisimiglianza le sue creature con ossessionante grafica di fatto copiata dalla celeberrima Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, summa opera che a partire dal 1751 costruì le fondamenta ideologiche della Rivoluzione Francese e dell’Illuminismo continentale.

Esco mediamente seccato e parzialmente deluso dalla esibizione formale di ricerca evoluta di visioni naturalistiche personalizzate che Ghibaudo realizza e mi decido di andare a visitare

Lo Straniamento prima del canto

di Teresa Bucca.

Chi sia Teresa Bucca è facile scriverlo. L’espressiva trentaduenne nasce a Firenze nel 1994, dove studia al liceo artistico per poi alternarsi con Milano. Si diploma nel 2018 presso la Fondazione Studio Marangoni e nel 2023 si laurea in regia cinematografica presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti. Attualmente lavora come fotografa e collabora con diversi autori come sceneggiatrice e acting coach. Partecipa a residenze, mostre collettive, produzioni cinematografiche e prende parte a progetti artistici e educativi di cooperative e ONG. Un simile curriculum farebbe pensare ad una giovine virgulta alle prime armi… mai considerazione fu più lontana dalla realtà.

La fiorentina è l’erede spirituale di Mario Schifano, fulgidamente splendida nella sua espressività tecnologicamente evoluta

Lo sguardo di Mario Schifano si era fermato dietro una macchina polaroid; Teresa figlia della sua epoca trasforma lo scanner in un arnese non dissimile da un cesello e scolpisce autentici capolavori attraverso le radiografie dei suoi familiari. Arianna Bettarelli, la curatrice dell’allestimento della mostra suddivisa in tre ambienti distinti:

  • la biblioteca del Todi Circle, sita nel palazzo comunale a via del Monte;
  • la chiesa sconsacrata dei santi Filippo e Giacomo
  • la cripta della succitata chiesa

spiega che la mostra è un “progetto dal multiverso tecnico e linguistico che invita ad attraversare anche gli orizzonti più bui, offrendo al nostro occhio la possibilitàdi integrare tutti gli altri sensi per un ritorno alla ritualità, al contatto con sentire totale e comune, in luoghi e occasioni del collettivo”.

Parole complesse che cercano di sintetizzare un viaggio psicoemozionale costituito da 25 tappe, ognuna esaustiva e totalizzante per i suoi effetti interni ed esterni. Si dovrebbe in effetti dedicare 25 paragrafi distinti nella speranza, o meglio, nell’illusione di riuscire a catturare l’enormità del labirinto emotivo sentimentale che ogni immagine offre al visitatore, anche il più disincantato o sprovveduto che possa aver varcato la soglia di uno tre ambienti.

Nulla di più vicino alla poetica di Schifano potrebbe essere presente nelle sale di esibizione d’Italia; Teresa Bucca non ha mai conosciuto Mario Schifano, eppure la metempsicosi sembra essere l’unica spiegazione possibile di quel sottile filo che unisce l’opera del pittore romano con quella della poliedrica giovane fiorentina che a Todi prova la sua avventura artistica.

Le precedenti opere della Bucca non avevano la capacità di prefigurare l’immensità di una opera quale quella che si trova cripta.

Ho provato a rappresentarla nello spazio, perché la carica di sensualità che emanava me la rendeva quasi impossibile da fotografare singolarmente come se avessi violato l’intimità di Teresa e la mia: mi sentivo come se stessi fotografando un amplesso senza penetrazione tra due essenze corporee di generi diversi che si incontrano nel comune spazio del dolore cercando insieme un nuovo inizio, una nuova alba per un futuro mai scritto da nessun potere subumano, umano, sovraumano, ultraterreno o mistico-trascendente. Non so fotografare ma credo che comunque la forza intriseca dell’opera bucchiana sia in grado di transustanziare la mia imperizia e percorrere le terminazioni nervose dell’osservatore, attivando sufficiente serotomina e adrenalina per comprendere che il messaggio d’arte suprema che Schifano ha lasciato finora inerte è stato raccolto attraverso il vettore fisico-digitale della scannerizzazione di una radiografia intrisa di elementi floreali, rinascimentali ed ornamentali. Arte, psiche, natura e inconscio impenetrabile si sono amalgamate nella forma strutturale cartesiana (lunghezza e larghezza), detta fotografia. L’istante spaziotemporale irripetibile che ogni fotografia è in grado di catturare viene trasportato in un improbabile wormhole artistico per solcare le dimensioni più recondite del legame carnale tra esseri della stessa genia, accorpati dentro quel nucleo sociale elementare che chiamiamo famiglia. Attraverso di esso Bucca varca lo spaziotempo di Sitter per entrare nella visione propria di Kandinskij riproposta dopo oltre un secolo.

Bucca non conosce la lezione artistica di Schifano, ma cattura l’emozione profonda della sua lezione, straordinariamente rinascimentale nel suo essere rifiuto del masterpiece e completa accettazione dell’ordinaria rappresentazione del proprio intimo sentire la vita scorrere all’interno della carne viva di un corpo sessuato.

Teresa Bucca ama la vita attraverso l’arte, come ama la sua famiglia e la sua storia famigliare. Offre se stessa generosamente per l’altrui soddisfacimento dei sensi e delle emozioni senza alcuna regola morale o pudore virginale. Varcando le soglie di ciascuna sala si ama e si amati secondo la Prima Lettera ai Corinzi 13:4:13 di Paolo di Tarso: Teresa Bucca è l’artista dell’amore ed arriva la dove Schifano si era arrestato educando la tecnologia a scavare nella profondità dell’emozione umana. Eros e Thanatos si incontrano in un abbraccio taoista senza la morbosa contrapposizione freudiana cercando una convivenza arcaica, nella quale la forza dell’uno e la ineluttabilità dell’altro si alimentano presso la stessa origine: la propria esperienzialità vitale. Essere artista autentico significa creare nell’osservatore il turbine della dialettica vita morte senza uccidere forme viventi. Questo è il merito straordinario del cammino costruito da Bucca: l’osservatore parte da Thanatos per terminare in Eros, spaendo che ci sarà nuovamente Thanatos e in sequenza Eros nel ciclo continuo, senza soluzione di continuità.

Un nuovo straordinario lungo viaggio artistico è iniziato attraverso Teresa Bucca, il sorriso di Mario Schifano l’accompagnerà per tutta la sua esistenza.

confronto scientifico tra poetiche

Potrebbe essere sfuggito al lettore, anche attento, che lo scrivente è blogger neofita dal profilo della presenza sul web, ma è vecchio quanto il web nel suo modo di articolare il pensiero. Ed effettivamente nel mio argomentare ho omesso le risposte al quesito fondamentale: cosa c’è nella poetica di Schifano che mi induce ad affermare in modo perentario che Teresa Bucca sia la sua naturale erede.

Dal profilo dello stilema artistico, Bucca è tutto fuorché Pop Art o sua derivata anche indiretta. Anzi il suo stilema sembra molto più vicino a quello di Ghibaudo di quanto si immagini. Ciò è vero dal profilo del modo tradizionale di approcciare lo stilema e le matrici artistico-culturali, ma, al contempo, risulta totalmente falso dal profilo di chi osserva l’opera d’arte.

Il nocciolo della questione è che la critica estetica e la teoria estetica sono ideologie del Potere costituito funzionali ad essa e indipendenti dai gusti e dalle emozioni del pubblico, dei visitatori e degli osservatori. Questo aspetto è stato totalmente affidato al marketing con il solo scopo di orientare i gusti e le tendenze del mercato artistico in tutte le sue molteplici fattispecie.

Un approccio scientifico all’arte è quello che io propongo e che parte da una considerazione che può essere facilmente tradotta in un sistema di postulati, una ventina, e relativi teoremi, tre di cui due fondamentali, mentre il terzo è strumentale. L’espressione artistica è la fenomenologia psichica della realtà quantistica: ogni artista esprime la propria psiche attraverso il collasso di una quadrupla funzione d’onda, le cui componenti sono le seguenti in ordine di apparizione e di importanza per l’artista:

  • stato d’animo,
  • costrutto sociale,
  • know how tecnologico,
  • metodologia di comunicazione.

La complessità analitica della funzione d’onda basata sulle componenti enunciate si riconduce ad una combinazione lineare di variabili ordinali e categoriali, la cui complessità è determinata unicamente dall’artista nell’atto di creazione dell’opera.

Come si vede l’arte diventa probabilismo psichico con le proprie distribuzioni discrete e continue, le proprie martingali, ossia processi stocastici dipendenti dai tempi precedenti, i propri passaggi di stato e sviluppi markoviani quando risulta necessario esprimere l’indipendenza dell’artista dal tempo in cui vive; in sostanza il “suo straniamento”.

Credo che molte defezioni si verificheranno a questo punto inveendo verso il profano che contamina l’arte, l’ermeneutica, l’estetica con stupidaggini positiviste, matematicamente incomprensibili a più. A me questa polemica non interessa, alla Schifano dico

e riprendo il mio spiegare perché Bucca è la naturale erede di Schifano.

Si devono enunciare i due teoremi fondamentali dell’espressione artistica:

1. l’opera d’arte è un complesso di funzioni d’onda che collassano unicamente per azione diretta dell’artista o del collettivo che produce l’opera

2. ogni funzione d’onda si collassa durante l’osservazione del visitatore, il quale esprime il proprio consenso o dissenso nei confronti dell’osservazione (visiva, tattile, uditiva, olfattiva, gustativa) attraverso una funzione graduata.

Si evince che l’osservatore è colui che spiega l’opera d’arte e non il critico che si concentra strumentalmente sull’artista, secondo uno schema fordista di alienazione del lavoro.

In ultima istanza, l’osservatore può non sapere nulla dell’artista, ma sa sempre spiegare l’opera che osserva. L’arte è pura empiria e raccolta dati secondo i canoni dei Big Data: volume, velocità e varietà. L’osservatore (uso il genere maschile per comodità) è l’unico preposto alla determinazione scientifica dell’osservazione artistica.

Al contrario la teoria estetica, la critica artistica e l’intero complesso del business del mercato dell’arte concentrano la loro attenzione unicamente sull’artista determinandone il successo, la posizione e lo status socio-politico. Maurizio Cattelan ne è la migliore espressione: un signore privo di talento e di capacità creativa che è diventato il più affermato artista vivente a livello planetario e riempie le piazze d’Italia con le pacchiane realizzazioni (realizzate da studi ingegneristici su bozzetti supervisionati da pool di esperti di design, grafica e comunicazione).

Con esplicito riferimento a Cattelan l’intera produzione di critica e racconto artistico è propaganda di medio livello delle ideologie dominanti il sistema della comunicazione commerciale, infontaiment, del luxury e della filantropia umanitaria (in acronimo CILF).

L’arte, come sosteneva Schifano in ripetuti momenti della sua vita, è sempre rivoluzionaria o non è arte. Invece l’arte secondo CILF è lavoro reificato come un qualsiasi articolo retail, da reciclare in ogni momento secondo le necessità dell’acquirente. L’oggetto artistico segue le leggi del rendimento composto e dell’investimento ad alta liquidità. il resto è fuffa (corrente artistica, analisi estetica, tecnica visiva, etc) per alzare il prezzo di vendita.

Come desiderava Schifano, l’arte per essere trattata scientificamente deve avere al centro chi la fruisce non chi la produce. In tale ottica il terzo teorema aiuta a leggere ed interpretare l’opera d’arte

3. Ciascuna componente la funzione d’onda collassa indipendentemente dall’altra in una combinazione lineare pesata. Il peso è rappresentato dalla interelazione esistente di una componente con le altre tre componenti, misurata come inverso della variabilità intrinseca della componente.

Partiamo dal primo elemento: lo stato d'animo. Esso deve essere perimetrato fuori da ogni soggettivismo: è l’artista che lo definisce e chi osserva lo realizza nella classica dicotomia: mi piace, non mi piace. I più raffinati osservatori aggiungono un terzo gruppo di modalità: mi è indifferente, non mi interessa, senza commento. Esiste poi il quarto gruppo di modalità: non capisco cosa vuol dire, questa non è arte, l’avevo scambiato per un oggetto qualsiasi. Quest’ultimo riavvicina l’osservatore al sistema CILF e normalmente affida ad esso il responso finale in termini dicotomici.

Il secondo elemento, il costrutto sociale ha unicamente rilevanza per l’artista e il CILF, che utilizza questo come fondamento teorico per la determinazione del prezzo dell’opera. L’osservatore può tranquillamente ignorarlo, affidandosi unicamente alla propria cultura e conoscenza pregressa. Attraverso il costrutto sociale è possibile stabilire connessioni e disconnessioni, continuita o discontinuità, paragoni e parallelismo tra artisti. il costrutto sociale è il materiale primo per scrivere, parlare, conversare, spiegare ed interpretare l’opera d’arte e l’artista. Sia Schifano che Bucca lo usano per giustificare al CILF la loro opera: è un’operazione consueta del mercato, tollerare la spiegazione dell’artista in controtendenza con la valutazione di mercato. La multiforma capitalistica trasforma ogni elemento di rottura del costrutto sociale in un gradiente di valore: per l’artista sarà sempre una Waterloo emotiva tentare di orientare il prezzo dell’opera se il mercato impone il suo listino. Esiste un complesso ed articolato sistema di mediazione tra artista, mercato e acquirenti che cerca di limitare l’impatto emotivo psichico di vedere la propria opera d’arte ridotta ad una saponetta o un paio di mutande. Per personaggi come Cattelan ciò è normale e doveroso, per artisti come Schifano e Bucca equivale alla libbra di carne viva di Antonio che Shylock aveva stabilito come garanzia del prestito.

Il terzo elemento, know-how tecnologico, è quello che permette all’osservatore di fare inferenza (cioè ragionamento induttivo) sull’artista e le sue caratteristiche rispetto alle prime due componenti. Per capire il funzionamento applico il ragionamento induttivo all’opera di Bucca in relazione a quella di Schifano.

Bucca non ha alcuna paura della riproducibilità della sua opera alla stesssa stregua di Schifano; rifiuta il canone Magnum/National Geographic dell’ordinario irripetibile che diventa stupore meraviglioso o incanto ipereale, che la melensa reazionaria storia d’amore raccontata dal film di Clint Eastwood I ponti di Madison County ha certificato nell’immaginario collettivo giovanile ed adulto occidentale. Ella ripercorre il concetto di Schifano: la pittura diventa una rielaborazione dell’immagine prodotta dal computer o dalla televisione. Questo implica che il vero artista non guarda più la natura, ma la “luce” dello schermo, trasformando la velocità del mezzo televisivo (oggi schermo web o smartphone) in una pittura che è al contempo sognante e iper-tecnologica. Bucca si affida allo strumento fondante la digitalizzazione: lo scanner. E lo usa rompendo un altro canone: la fotografia come irripetibile occorrenza spazio-temporale della luce. Attraverso l’uso centellinato dell’esplorazione radiologica ella certifica il dolore, la sofferenza, l’angoscia, la paura, il timore, il dubbio, l’insicurezza, la melanconia, il rifiuto, l’accettazione, il diniego, il tormento, l’estasi, il delirio, lo stupore, la noia, il piacere, l’orgasmo, il ricordo, la depressione, la viltà, il coraggio, il rimorso, la vergogna, la supponenza, l’ostentazione, la fedeltà, l’oblio, il sogno, il pensiero e la visione. Ciascuna forma emotiva del percorso rituale di 25 passaggi ci conduce a risolvere il dolore di una scomparsa inevitabile solo per il ciclo evolutivo, ma inaccettabile per il legame familiare. Invisibilmente l’energia sensuale ed erotizzante di Schifano attraversa il tempo e lo spazio e si converte al genere femminile nelle 25 opere di Bucca. Ci si ritrova ad amare ed essere amati dall’artista fiorentina che concede ogni sua dolce e languida forma psichica all’osservatore nell’attraversare il passaggio dallo straniamento al canto vivo, materico e ruralmente restituito alla quotidianità di un LLM (large language model) anarcoide, quale Teresa Bucca è dentro le 25 tappe del suo percorso. Questa chiara percezione ha attraversato il mio intero viaggio itinerante nella mostra in corso a Todi. Una crescita esponenziale a fattore 25 che si è conclusa con l’immagine sotto raffigurata

Ho percepito oltre ogni ragionevole dubbio l’ultimo respiro vitale di Schifano sul letto dell’ospedale prima del trapasso, che finalmente ha trovato ospitalità e rappresentazione in un’opera d’arte. Per questa ragione Bucca è la naturale erede di Schifano. Nulla di più, nulla di meno.

La quarta componente, metodologia di comunicazione, è probabilmente la più soggettiva in quanto strettamente quantistica, ossia connessa allo spaziotempo di terminazione dell’opera d’arte.

L’assoluta dittatura ideologica del sistema CILF si osserva proprio in relazione alla metodologia di comunicazione. Essa è assunta come neutrale e oggettiva quando invece è stato argomentato sopra essere totalmente soggettiva. Il sistema CILF è iperorwelliano perché nomina arte ciò che è rumore bianco della comunicazione e ridicolizza ogni forma d’arte pura, come quella di Bucca e Schifano, attraverso una misura monetaria falsificata per essere facilmente accettata dal pubblico pagante.

Entrare nel merito della metodologia di comunicazione praticata da Bucca significa assumere che l’artista pittore sia “visionario”, un creatore artigianale che offre la sua creatività e la sua fisicità erotizzante per fare da “filtro” che rielabora la valanga di immagini che ci circondano ed offrirle al pubblico. Anche in questo frangente Bucca è Schifano nel 2026.

Questa è la spiegazione scientifica di come e perché Teresa Bucca sia la prosecuzione spirituale di Mario Schifano e di perché chiunque dovrebbe poterlo verificare, visitando la sua personale nel borgo di Todi fino al 17 maggio 2026.

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