Quando il 25 aprile per il calcio di serie A

Fui da ragazzo un ultras della curva sud della Roma e partecipavo quando potevo alle attività sociali del gruppo di tifosi della Roma che esponevano falce e martello insieme ai gagliardetti della squadra. Non eravamo più di una trentina di ragazzi e qualche ragazza ogni tanto. Il calcio era concepito come veicolo di comunicazione sociale con il sotto-proletariato urbano e rurale ai fini di emancipazione sociale, coscienza politico-rivoluzionaria e ribellione dall’oppressione statuale complice del grande capitale finanziario e speculativo. Mi sembra di scrivere cose di un’epoca geologicamente passata.

Anche all’epoca dello scudetto dell’era Liedholm il calcio era business finanziario e parte integrante dell’industria dell’infotainment. A quell’epoca ci appariva lineare che se la sinistra rivoluzionaria avesse abbandonato gli spalti il neofascismo e la violenza machista e razzista si sarebbero diffusi rapidamente tra i giovani tifosi di calcio. Se Sòcrates rappresentò per tutti noi il modello di calciatore rivoluzionario contemporaneo, Paolo Sollier e a Renato Curi, rappresentavano i possibili eredi di Bruno Scher, il marxista del calcio durante il fascismo e le loro immagini le portavamo allo stadio come stendardi di un calcio comunista che niente aveva a che spartire con quello che la domenica sera occupava i palinsesti televisi e il lunedi mattina riempiva le pagine dei quotidiani, i notiziari radiotelevisivi.

Tuttavia nessuno voleva sporcarsi con l’attivismo politico sugli spalti e nei campi di calcio improvvisati o del dilettantismo associazionistico. Promuovere la lotta di classe e il comunismo democrativo educando allo sport più popolare d’Italia, neocampione del mondo (laureatasi l’11 luglio 1982 a Madrid contro la Germania), veniva considerato aporia o giovanilismo maschilmente deprecabile dai gruppi dirigenti della sinistra istituzionale e non. Il tentativo di aprire una scuola di calcio comunista fu percepito come una carnevalata per raccogliere danaro per la militanza politica. Il progetto abortì prima di essere nato perché nessuno di noi se la sentiva di sostenere un’iniziativa che non sarebbe mai stata promossa e sostenuta da nessuna sigla movimentista o rivoluzionaria nel territorio.

Il gruppo di ultras con la falce e il martello durò solo tre stagioni calcistiche, poi si sciolse per esaurimento delle coscienze e delle volontà. Sapemmo ben presto che i gruppi organizzativi di ultras della Roma e della Lazio gioirono alla sparizione dei nostri striscioni la domenica all’Olimpico. Ed anche l’allora Presidente della A.S. Roma, Dino Viola espresse la sua soddisfazione per la nostra sparizione: ultima apparizione il 25 agosto 1985 in occasione di Roma Catanzaro di Coppa Italia. L’unica nota positiva della giornata fu la vittoria della Roma, il resto fu un mesto e doloroso addio. Il vuoto negli striscioni fu rapidamente colmato dalla dirigenza con un paio di multicolor striscie dalla grafica vagamente futurista e dal tono avanguardista. Nella tifoseria della Roma ancora per pochi lustri la prevalenza di una rappresentazione grafica sportiva e popolare prevaleva a livello di striscioni, gagliardetti e scudetti. Putroppo da diversi anni la tifoseria romanista ha antropologicamente rinunciato ad essere quello che era in passato: un baluardo contro la finanziarizzazione del calcio professionista e una scuola di solidarietà sociale ed integrazione umana all’insegna che solo l’unione delle persone libera fa la forza per costruire una società più giusta, inclusiva e rispettosa dell’ambiente.

Ad oggi il calcio è uscito dalla dimensione quotidiana della mia esistenza ed occupa uno spazio d’interesse per me equivalente a quello verso i tornei di golf a 12 buche.

Succede che stamattina aprendo il computer con il feed di Windows 11Pro ho letto il titolo della nuova inchiesta sulle frodi arbitrali, l’Inter e gli esiti di partite di serie A. Leggendo e chiedendo chiarimenti ad un collega statistico, ex procuratore di calcio, mi sono reso conto che il mio allontanamento dalla Dea Eupalla è stata una decisione di igiene mentale. Quello che potrebbe rivelarsi a seguito dell’indagine in corso rappresenterebbe un colpo ferale alla credibilità dello sport più praticato in Italia non meno esiziale dell’ennesima uscita dalla fase finale del Mondiale di Calcio ad opera di una nazionale minore dell’area balcanica Bosnia e Erzegovina. Lo affermo perchè concepire che dirigenti di una squadra di calcio italiana tra le più titolate e tifate nel mondo occupino il loro tempo aziendale per truccare partite e risultati equivale ad affermare che il Papa recluta ninfette per le sue serate a Castel Gandolfo: nessun ragazzino o ragazzina sarà mai indirizzato a frequentare un oratorio.

Evidentemente il calcio è stato occupato da una masnada di filibustieri, furfanti della peggiore specie e faccendieri di ogni sorta accompagnati nelle loro imprese da baldracche impomatate e prostitute di strada. Una vera e propria classe di viscidi approfittatori e lanzichenecchi da tundra disposti ad ogni sorta di maleficio sanguinolento e pratica abietta e corruttiva pur di ottenere il proprio profitto e personale tornaconto di potere ed immagine. Il calcio giocato sui campi di Serie A assume la fattispecie di un videogioco eteroguidato verso un risultato concordato in camera caritatis con il consenso più vasto possibile dei plutocrati travestiti da mecenati dello sport e del divertimento colllettivo.

Memore delle ragioni in ragione delle quali divenni ultras per un breve periodo della mia gioventù, diversamente coerente con il mio percorso politico, trovo assolutamente inquietante che ciò che avvenne il 25 aprile 1945 in Italia non abbia in alcun modo determinato il percorso di liberazione dello sport nazionale. Il calcio è ancora sotto il giogo oppressivo del fascismo culturale che pervade nuovamente la società italiana ed ha contribuito al successo del partito dell’underdog che presiede il Consiglio dei Ministri. Un commentatore e giornalista sportivo napoletano sostiene che l’obiettivo di questo ennesimo scandalo sportivo sia il commissariamento della FIGC e l’occupazione da parte del governo dell’organo di gestione del calcio nazionale. Mi risulta una tesi suggestiva, che sconta l’assenza di una memoria storica: fin dal 1986 la FIGC fu commissariata dalla politica e da allora ogni presidente è stato in qualche maniera eteroguidato dalla politica al potere. Per cui non ritengo essere plausibile una simile ipotesi.

In realtà ci troviamo davanti allo svelamento di ciò che è stato spacciato per essere un cancro (Calciopoli) estirpato del movimento calcistico professionista e che invece risulta essere la prassi organizzativa del sistema calcistico professionista che ha ridisegnato il calcio dilettantistico per renderlo funzionale alle logiche predatorie che vedono nei vivai e nei campionati dilettanti il serbatoio di manodopera a basso costo e il giacimento di cespiti da valorizzare con operazioni short o similiari.

Il calcio è una propaggine dei mercati finanziari secondari e per tali finalità l’intero sistema calcio professionistico si deve muovere con al vertice la triade calcistico-affaristica Inter-Juventus-Milan. A tale scopo si devono costantemente minimizzare le interferenze (mercato e risultanze del campo di gioco) e le incertezze (errori arbitrali, giocatori talentuosi, giornate storte, infortuni). Questa è la triste realtà.

Quando ci sarà un 25 aprile anche per il calcio professionistico?

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